Fondazione Università degli Studi di Teramo

Cartella clinica di Sante P. PDF Stampa E-mail

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Sante P.

27 anni, celibe, contadino, Loreto Aprutino, cattolico, analfabeta, DEMENZA PRECOCE (tipo ebefrenico? Al procuratore del Re si è fatta diagnosi d’imbecillità con accessi di eccitamento) entra nel sett. 1905, esce per esperimento nell’ott. 1907 riconsegnato al fratello.

Eredità pressochè negativa. Zia materna e cugina materna presentarono lievi affezioni mentali. Sembra che il cambiamento della personalità siasi verificato nel 1897 in seguito alle febbri malariche. Divenne preoccupato, serio, irascibile, pauroso.

Il cambiamento suddetto si è sempre accentuato. Si manifestarono allucinazioni paurose con desiderio vivissimo di morire. Stette tre giorni senza mangiare. Ha avuto anche recentemente periodi agitati e insonnia.

Deficiente. Intelligenza scarsa. È stato a scuola senza apprendere nulla. Carattere timido

 

Diario clinico

Giovane di robusta costituzione, biondo, occhi cerulei (…) Ha aspetto pauroso. Dice trovarsi bene qui, per essere curato. È alquanto confuso. Dice non ricordare nulla del passato.

Indifferente, tranquillo, sorridente. Dice che sente freddo, non manifesta alcun desiderio, lavorio mentale quasi nullo. Domandato sui fatti passati risponde che non ricorda (…)

Racconta che in America vide rovinare un pezzo di strada, ciò lo impressionò moltissimo; da allora ammalò ed ora vede sempre la medesima cosa.

È ingrassato, fannullone, infastidisce i compagni.

 

Stato Informativo dell’Alienato

Essendo nel 1894 andato nelle Puglie a lavorare, il P. fu colto da febbri da malaria assai ostinate che ripetendosi per circa tre anni residuarono una notevole cachessia.

Il P. ha frequentato in modo irregolare per più anni le scuole elementari, senza riuscire ad apprendere che a scrivere la propria firma. Malgrado che sia stato adibito presto ai lavori campestri e siasi nutrito malamente, il suo sviluppo si è compiuto abbastanza bene. Non abusò della masturbazione né degli alcoolici costumando di frequentare le cantine solo nei giorni festivi, come vogliono in genere i nostri contadini. Di temperamento eccessivamente timido, abitualmente di poche parole, era di naturale allegro ed anche buffone. Posteriormente alle febbri da malaria divenne più timido, eccessivamente serio, irascibile, violento colle persone di famiglia e spesso preoccupato. Non scherzava più coi compagni di fatica (…) Abbandonò anche l’abitudine di passare nei giorni festivi il pomeriggio nelle cantine e nel suo intelletto cominciarono a fissarsi anche delle idee paurose. Così evitava di attraversare una strada prossima alla sua casa, strada che poggiando nella volta di un forno gli faceva temere che questo dovesse sprofondare e travolgerlo nella sua rovina; non frequentava più la chiesa per paura delle tombe che erano sotto il pavimento. Non passava vicino ad un fondaco che conteneva molto grano perché riteneva che il peso di questo doveva sicuramente far sprofondare il fondaco medesimo. Nello scorso anno queste idee a contenuto pauroso lo molestarono anche nelle ore di lavoro, fino a costringerlo a lasciare il lavoro incominciato e a tornarsene a casa. Avendo già un fratello all’America del Nord, allo scopo di allontanarsi dal proprio paese, in cui tanto soffriva, emigrò agli Stati Uniti, ove si riunì al fratello per lavorare da bracciante. Non ne ebbe però alcun sollievo, perché anche colà non poteva togliersi di mente le sue idee paurose, ed a nulla giovavano i conforti che gli porgeva il fratello, il quale cercava di convincerlo che nessuno mai lo avrebbe obbligato a tornare al proprio paese e che quindi non aveva alcuna ragione di temere ciò che a torto gli faceva paura. Nei principi dello scorso marzo, mentre si radeva la barba davanti ad uno specchio, che già da tempo era divenuto un nuovo oggetto di paura, sembrogli di vedere in esso l’immagine di un tale che gli veniva incontro e lo bastonava fieramente. Per questa allucinazione nacque nell’organismo dell’infermo un senso di grande dolorabilità di tutta la persona, di immensa spossatezza, per modo che non si ritenne più capace al lavoro, che abbandonò definitivamente. Stette così in un’inezia assoluta, fino al passato giugno; ed allora il fratello, visto che non migliorava, dopo aver consultato diversi medici, dietro il consiglio di questi, lo ricondusse in patria. Qui alla paura si unì anche un vivo sentimento di vergogna del proprio stato e perciò il P. è vissuto in questi ultimi mesi quasi sempre in casa (…)

 

Lettera di Sante P.

1° Giugno 1907

Carissimo Signor Direttor Roscioli di quella domanda che ti ò fatto giorno 23 del mese scorso mi stai a ignorare come un ragazzetto trattarmi da stupido. Dunque quel giorno che e venuto tutti gli appartenenti dello spedale non ti o parlato per non ti stufare. Voi mi disse che era corrisponsabile il dottor Pierannunzio e per di più ce lo detto anch’io (…) con 21 mesi che io ò stato in questo ricovero. Dunque se lei mi mandate in campagna posso fare anche qualche servizio. Ti farò sapere pochi giorni a dietro e venuto il signor Di Nicola per scegliere due amalati per portarli in campagna. In quella sera mi sono fatto avanti credendomi che ci andavo invece disse che non era lui corrisponsabile di mandarmi in campagna senza la parola della vostra Eccellenza. Vi saluto e mi segno P. Sante